martedì 17 marzo 2020

ON STAGE: DOM MARIANI - EPIGONO GARAGE




DOM MARIANI è un messo del garage-rock.









Già precursore della scena garage-psichedelica australiana, è ancora oggi prolifico e incessante protagonista di quella internazionale. 





Cantante, chitarrista e produttore, lo troviamo sin dai primi anni '80 sui palchi di tutto il mondo con le sue numerose band, tra cui The Stems, The Someloves, DM3, Datura4, The Majestic Kelp e The Domnicks.



L'attuale focus creativo e produttivo di Dom Mariani è legato al progetto artistico dei Datura4. 

Dopo l'ottimo riscontro a "Blessed Is The Boogie", è in uscita, il prossimo 17 aprile, il quarto album della burning boogie band, "West Coast Highway Cosmic", di cui è già udibile in rete un assaggio attraverso i brani "You Be The Fool" e "You're The Only One" - files in calce -; elegante concentrato di sonorità dirty blues e rock&roll, a suggestiva restituzione immaginifica - nelle intenzioni della band - delle assolate e solitarie highways della Southwest Coast australiana. 


Contatto Dom per un'intervista. Quella che segue ne è la cronaca.




Electric Prunes
Blogger: Da dove viene il tuo amore per la musica e la cultura degli anni '60?


D.M.: "Facciamo spesso una battuta io e i miei compagni della band. Quando qualcuno ti chiede “che tipo di musica ti piace?” la mia risposta è “Mi piacciono entrambi i tipi di musica, anni '60 e '70” Sono cresciuto ascoltando le migliori 40 stazioni radio che suonavano la migliore musica di allora. Potevi sentire i Beatles, i Rolling Stones, gli Animals, i Dusty Springfield, gli Zombies...così tanti grandi gruppi e artisti. Sono state quelle incredibili canzoni di quel periodo che hanno formato la mia passione per quella musica che amo ancora oggi. Non è un caso che tutto sia uscito dagli anni '60 e '70. Gli anni '60 e '70 hanno visto un'esplosione di arte, musica, moda, design e attitudini che non vedremo mai più, e tanto di quel periodo rimane senza tempo. I Beatles, per esempio, sono ancora molto apprezzati oggi allo stesso modo che negli anni '60. La cosa eccitante per me è stata scoprire tutta la grande musica underground di cui non ero a conoscenza fino a quando non ho scoperto, nei primi anni '80, la compilation “Nuggets”. Ho potuto conoscere i Count Five. Ed è stato come sbloccare un tesoro d'oro e gioielli. E' stato quando gli Electric Prunes sono diventati una delle mie band preferite."
Died Pretty 


Blogger: La scena australiana degli anni 80 è stata una delle migliori di sempre. Ci sono ancora buone band che ci puoi consigliare al momento?
D.M.: "Sono d'accordo, c'era una scena molto bella qui negli anni '80, un periodo d'oro per il rock underground australiano. Died Pretty, Lime Spiders, New Christs e Sunnyboys solo per citarne alcuni.

Tame Impala 
...Band attuali? Mi piacciono i King Gizzard and the Wizzard Lizard, hanno pubblicato diversi album e sperimentano sempre. Mi piace il loro approccio e l'intera estetica. I Tame Impala e i Pond sono fantastici. Ed Keupper (The Saints) sta facendo grandi cose con la sua band, gli Aints. I Tame Impala sono diventati grandi a livello internazionale. Anche se preferisco i loro primi dischi. C'è una produzione pop più pulita nei nuovi lavori, ma hanno sempre il dono di Kevin Parker per le grandi melodie. Mi ha molto colpito la band spagnola Guadalupe Plata quando li ho visti suonare a Madrid qualche mese fa. Anche Les Grys-Grys sono fantastici."

King Gizzard and the Wizzard Lizzard
Blogger: Come si spiega il rinnovato interesse per molte band degli anni '80?

D.M.: "Non è diverso da quanto accadde con la musica degli anni '50, '60 o '70. Una volta che la polvere e l'hype si sono stabilizzati, puoi tornare indietro e rivalutare le cose e avere una migliore prospettiva di ciò che una band o un artista stavano facendo. Potrebbe essere nostalgico oppure rappresentare l’occasione per valutare la bontà o meno di una produzione. Molte delle band e degli artisti di quel periodo degli anni '80 che stavano facendo grandi cose non hanno mai avuto il giusto riconoscimento ma hanno spianato la strada a quello che sarebbe successo negli anni '90. C'era un grande rock and roll in giro ma che non è mai stato riconosciuto dal mainstream."



Blogger: Che tipo di musica ascolti di solito?
D.M.: "Dipende dal mio umore: dai vecchi dischi jazz e blues, soul, pop, country, punk ... heavy rock."


Blogger: Non molti sanno che sei un designer e hai un’impresa, la Dom Mariani Designs

D.M.: "È vero. Ho studiato disegno architettonico e lavorato per un paio d'anni prima di preparare le valigie per le luci della grande città. Ci sono tornato dopo lo scioglimento degli Stems lavorando per diversi architetti e compagnie, mentre portavo avanti i miei progetti musicali. Avevo un po' di bocche da sfamare e i conti da pagare. Ora ho una mia attività che mi permette di occuparmi anche di musica se gli orari lo consentono. Funziona bene la maggior parte delle volte."



Blogger: Hai recentemente fatto un tour in Australia con gli Stems e i Radio Birdman continuando a suonare con la "vecchia" band. Qualche piano futuro?


D.M: "Gli Stems sono tornati a essere più attivi negli ultimi 6 o 7 anni. È stato sorprendente e insieme soddisfacente essere ancora apprezzati e c’è interesse a vederci suonare: è fantastico e ogni anno sembra crescere. Chi l'avrebbe mai detto? Quando ci separammo le cose iniziarono a diventare molto più facili. Ora, a seconda della loro disponibilità, possiamo contare su due grandi chitarristi, Davey Lane (You Am I) e Ash Naylor (Even, Paul Kelly e ora con i Church). La band suona sempre meglio e come non mai. Come se avesse una nuova prospettiva di vita. Speriamo di tornare di nuovo in tournée entro la fine dell'anno e si parla anche di registrare."


Datura4

Blogger: Parlaci dei Datura4? Il nuovo album uscirà per il prossimo aprile!

D.M.: "I Datura4 sono l'obiettivo principale in questo periodo. Il nuovo album “West Coast Highway Cosmic” è il nostro quarto lavoro. Abbiamo iniziato intorno al 2009 e firmato per l'etichetta americana Alive Records e pubblicato il nostro primo album “Demon Blues” nel 2015. Il secondo album “Hairy Mountain” è uscito nel 2016 e “Blessed is the Boogie” nel 2019. La band è formata da me, alla voce e chitarra, Warren Hall, alla batteria, Stu Loasby, al basso, e Bob Patient alle tastiere. Abbiamo suonato in Italia, in Francia e in Spagna lo scorso ottobre. È sempre complesso descrivere cosa facciamo o suoniamo, ma dire che sperimentiamo con l’hard rock, il blues, il boogie e i suoni psichedelici può rendere l'idea."

On Air: 
Grooviest Girl In Town -The Stems - https://youtu.be/KPueDWlqdZs
1 Time, 2 Times Devasted  - DM3 - https://youtu.be/hCNLndPb2iA
You Be The Fool - DATURA4 https://youtu.be/uXA16V97uhA
You're The Only One - DATURA4 - https://youtu.be/0c-fRS1_t8U
Make You Mine - The STEMS - https://youtu.be/0bO17dSN5lU

sabato 25 gennaio 2020

Yussef Dayes Trio - live at Locomotiv Club, Bologna

C’erano una volta – almeno tre anni or sono - i Yussef Kaamal, compagine di musicisti gravitanti attorno al geniale duo inglese Yussef Dayes – batterista - e kamaal Williams – polistrumentista conosciuto anche come Henry Wu -, che irruppero sulla scena del nu jazz con una miscela sonora di jazz-funk anni ‘70 che univa l’impeto del jazz più (bee) bop alla “tradizione” del grime e dell’elettronica inglese – cui il duo, per evidenti ragioni anagrafiche, aveva attinto a piene mani.
Il loro primo album – “Black Focus” – era stato prodotto da Gilles Peterson, nel catalogo della sua label personale, la Brownswood.

Il progetto del duo poi si conclude.


Ieri sera al Locomotiv di Bologna – che si conferma ancora una volta un club congeniale a questo tipo di live, per acustica, illuminazione, capienza e raggiungibilità -, nell’ambito della rassegna “Murato!”- organizzata da Unhipe Records, con la collaborazione di Radio Città del Capo – ho assistito al concerto del trio di Yussef Dayes – con il tastierista Charlie Stacey e il bassista Rocco Palladino, (due giovani manici devo dire) -.


Immensi, si, immensi!

Dal palco, ancora una volta, l’impetuosa e “perfetta” contaminazione tra jazz (spiritual e funk) trip-hop, house, e dub - a ricordarmi – per follia, trasgressione, ed esaltazione - le atmosfere e le sonorità della Sun Ra Arkestra e degli Art Ensemble of Chicago.
Colpiscono e provocano le “lunghe” e improvvise pause ritmiche che connotano efficacemente la struttura dei brani, poichè irrompono e scatenano la virtuosa ed estenuante successiva concatenazione tra batteria e basso, tra la ritmica e la modulazione aerea e cosmica della tastiera.


On air: Yesterday Princess (Yussef Dayes Trio) https://youtu.be/JT0Y4Bl6d9o

venerdì 24 gennaio 2020

"Momentum" il nuovo album dei Calibro 35 per RecordKicks - intervista a Tommaso Colliva produttore e "regista" della band

L’ultimo album dei Calibro 35 è bellissimo.
La cifra sonora di una delle band che ha meglio interpretato la fascinazione per le atmosfere cinematiche di certa produzione filmografica e musicale italiana tipica degli anni ’70, supera con il nuovo album i confini della reinterpretazione e i limiti della tributazione che ne hanno caratterizzato i precedenti prodotti, connotando il tessuto - e l’intento – comunque immaginifico delle proprie composizioni di elegante e matura impressione musicale.

Il gruppo, composto da vere e proprie eccellenze della musica pop-rock contemporanea italiana, ha saputo nel tempo evolvere in uno stile che, inizialmente derivativo, si è poi connotato di un profilo assolutamente personale e riconoscibile.


Il nuovo album lo conferma in maniera definitiva, in virtù di una miscela esplosiva che attinge dal jazz, dal funk, e poi dal soul, dal rock, ma che si serve anche dell’hip-hop, del rap, dalla dub, e dall’elettronica (con gli strumenti rigorosamente sempre suonati), che restituisce atmosfere “spooky”, noir, hard-boiled, ma retro-futuriste e dal respiro ormai internazionale e di spessore artistico del tutto innovativo.


Tommaso Colliva, produttore e “regista” della band ha risposto ad alcune mie domande.
Blogger: Vivete realtà (spesso) artisticamente separate e sempre piuttosto impegnative. Quanto tempo riservate ai Calibro 35 e come conciliate il presumibile poco tempo a disposizione per prove, incisioni e per la composizione?

Tommaso C.: Pochissimo tempo dedicato a Calibro ma cerchiamo di concentrarlo il più possibile. Forse proprio perche' ci sono io, le "prove" sono un concetto abbastanza sconosciuto in casa C35, tutto viene registrato perché potrebbe essere qualcosa di bello da usare. E tante cose bellissime sono nate proprio da quello che per altri sarebbero state "prove", ma le nostre sono state documentate



Blogger: “Momentum” è il prequel di quello che ascolterai nei prossimi dieci anni dai Calibro 35”. E' una dichiarazione di intenti o avete già in mente un progetto preciso in tal senso?
Tommaso C: Metà e metà: dichiarazione d'intenti di sicuro e di "progetti futuri" ne abbiamo pieni cassetti, solo che ancora non sappiamo quali realizzeremo.


Blogger: Il nuovo album assimila molta strumentazione elettronica ma come è d'uso nella nuova scena nu jazz inglese è tutto suonato live…
Tommaso C.: Tutto nasce da una domanda: come puoi unire le possibilità sonore che abbiamo oggi ad un approccio abbastanza radicale di musica suonata? Come puoi essere classico ma non "retro"? Questa e' la nostra temporanea soluzione.


Blogger: In “Momentum” avete la collaborazione/feat. di alcuni ospiti.
Tommaso C.: Ci siamo resi conto che potevamo chiudere/finire alcuni pezzi che avevamo da soli, ma che evolverli per avere qualcuno che ci rappasse sopra era forse piu' interessante e questo si e' deciso di fare. Illa J da un lato dell'oceano e MEI dall'altro ci hanno dato un'egregia mano...

Blogger: A volte basta il titolo di un brano strumentale per dire più di tante parole. “One nation under a format” (cit. Funkadelic) che chiude l'album a mio parere rappresenta un commento sociale molto pungente.
Tommaso C.: Hahahah si. Quel titolo unisce egregiamente le due inspirazioni maggiori di questo disco:
1- fare un disco che fosse Calibro ma piu' influenzato dal GROOVE, senza aver paura di ripetere le stesse 8 battute due volte
2- evitare la standardizzazione che c'e' nel mondo (e nella musica) attuale. E il titolo infatti l'ho bellamente rubato da una frase di un’essay di Zadie Smith (perdono!) che tratta di questi argomenti.

Blogger: Siete uno dei rari gruppi di respiro e attenzione “internazionali” che ha prodotto negli ultimi tempi l'Italia. Ulteriori progetti rivolti all'estero?
Tommaso C: Costanti e copiosi anche se guardare a tanti territori è davvero intenso. Al momento abbiamo un altro tour in programmazione per aprile in Europa: Francia, Inghilterra, Svizzera e qualcosa in Germania.Quando capiremo come clonarci faremo di piu'.

Ormai prossimi - a febbraio - i live dei Calibro 35 (Bologna. Padova, Milano e Roma): imperdibili!

On air: Stan Lee (feat. Illa J) - Calibro 35 https://youtu.be/UXmYJ7zJXx4

martedì 14 gennaio 2020

HANGING AROUND - ANTONIO LOPEZ: DRAWINGS AND PHOTOGRAPHS - GALLERIA CARLA SOZZANI, MILANO, FINO AL 13 APRILE 2020

Reduce dal dancefloor del Mod Alldayer alla cave del Ligera, domenica mattina, in una Milano soleggiata e dal clima inaspettatamente mite (“visti i giorni precedenti”, come mi precisa telefonicamente la Queen Clelia), raggiungo, al n. 10 della centralissima Corso Como, la Galleria Carla Sozzani, una delle strutture espositive italiane che più amo, per l’attenzione e la ricerca monografica che l'omonima fondazione indirizza ormai da anni verso la più significativa produzione fotografica internazionale legata alla moda, al design e all’architettura.

Contestualizzano le esposizioni ospitate nelle bianche sale della struttura milanese un bookshop fornitissimo e il concept store (al piano terra) - accurato tempio della moda d'avanguardia dalla scenografia space age, di recente omologa apertura anche a New York, vicino al ponte di Brooklyn -.



Antonio Lopez è stato un illustratore: secondo il New York Times – con il quale aveva collaborato come free lance il più importante illustratore di moda.






Da Puerto Rico – dove nasce nel 1943 – Lopez arriva bambino nella New York degli anni ‘50, al seguito dei genitori, che lo sosterranno in ogni modo nell’approfondimento della sua passione per l'immagine e il mondo della moda. 
Studia infatti al Fashion Institute of Technology (FIT) di NY. 







Già durante la formazione inizia a lavorare al Women’s Wear Daily; da qui è un susseguirsi di collaborazioni con le maggiori riviste di moda e non – Vogue, Harper’s Bazaar, Elle, Interview, il New York Times -.





Negli anni 70’ si trasferisce a Parigi, dove collabora con Karl Lagerfeld (inedita – ai miei occhi - e intima la rappresentazione dello stilista francese negli scatti e nelle riprese di Lopez che lo ritraggono agli inizi della sua carriera e ne mettono in luce una fisicità elegante ma allo stesso tempo fortemente “caparbia”),






diventa amico di Jerry Hall (bellissima e maliziosa nelle immagini dell’amico), e di Jessica Lange.








Il percorso espositivo della mostra, diviso per sezioni temporali e tematiche, si svolge attraverso (oltre) duecento disegni originali, provini Kodak, sequenze fotografiche, collage, diari e film(ini).












In mostra anche il film “Antonio Lopez 1970: Sex, Fashion & Disco” di James Crump: mirabile documento – già vincitore di numerosi premi - sulla vita dell’illustratore, con interviste ai “comprimari” del suo mondo, dove la vita e l’arte si sovrappongono fino a confondersi. 












Tutto il materiale esposto testimonia una visione unica e irriverente di bellezza, sensualità, sessualità, opulento sensazionalismo e stile, e l’urgenza “narrativa” e di vita di un illustratore che diviene il reporter di uno spaccato culturale e sociale - quello degli anni ‘70 e ’80 - in cui tutto risultava nuovo e geniale, in cui tutto appariva possibile; ma il cui realismo, invero già mal celato nelle stesse immagini di Lopez, irromperà solo successivamente, spezzando vite creative e infrangendo sogni di libertà.

On Air: Heart Of Glass - Blondie https://youtu.be/WGU_4-5RaxU

martedì 7 gennaio 2020

IGGY POP A BERLINO - LE IMMAGINI DI ESTHER FRIEDMAN E IL RACCONTO DI MANUEL AGNELLI



Il trentennale della caduta del Muro ha avuto il pregio non solo di richiamare l’attenzione sulla sostanza geo-politica di un evento, che, al netto delle propagande, si spoglia delle retoriche della “global democracy” o della superiorità dei valori occidentali, ma altresì sulla fascinazione e influenza che Berlino, luogo di confine – non solo territoriale - e di libertà, ha esercitato sulla produzione culturale di una generazione di artisti che va dalla fine degli anni ’70 fino alla riunificazione delle “due germanie”.

Su tutte conserva intatta la sua importanza l’esperienza discografica di Iggy Pop e David Bowie riferibile agli anni in cui i due vissero a Berlino, tra il 1976 al 1978 - condividendo gli spazi di un appartamento localizzato al numero 155 di Hauptstrasse, in un quartiere periferico della città decadente e fascinosa -, quale risultato di un sodalizio artistico e creativo che si rivelerà fondamentale e seminale per la storia del rock e per l’immaginario di una (contro)cultura che ne trasse ispirazione e contenuto.
Gli anni berlinesi di Iggy Pop – in fuga dagli esiti di una esistenza ormai del tutto estrema e autodistruttiva, al seguito di David Bowie, che riesce a “trascinarlo” con sé durante il tour di “Station to Station”, nel 1976 – trovano suggestiva e intima testimonianza negli scatti di Ester Friedman, fotografa tedesca, che nel 1977 avvia una relazione sentimentale con l’istrionico ex-Stooges, che sono esposti sino all’8 dicembre alla ONO arte contemporanea – galleria fotografica di Bologna (via Santa Margherita, 10), in occasione della mostra “IGGY POP The Passenger: Fotografie di Esther Friedman”.


Il percorso per immagini –25 foto, per lo più in bianco e nero, e un documento visivo sullo scenario urbano della Berlino Est e Ovest – ci restituisce le atmosfere di una città cupa e rarefatta, che fa da sfondo - e occasione - alla rinascita esistenziale e creativa dei due “Dum Dum Boys” – già titolo (autoreferenziale) di una delle tracce dell’album “The Idiot” di Iggy Pop (1977), di cui David Bowie è produttore e arrangiatore-.



Esther coglie un Iggy trentenne, dallo sguardo febbrile, dal fisico asciutto, dall’espressività marcata che connota, provocatoria e urgente, il suo volto; e l’irripetibilità e la tensione dello scambio creativo tra due personalità artistiche di diversificata ma pari genialità.


Immagini, quelle della mostra, che restituiscono una Berlino plumbea, struggente, nelle sue prospettive urbane prive di fasto, nella sua architettura che parla delle contraddizioni di un luogo di frontiera.


Friedman, in occasione di una intervista rilasciatami nei giorni scorsi, mi riporta l’energia, le emozioni e gli antefatti di quanto documentato: “Ero innamorata, Iggy era semplicemente meraviglioso; tutto in quei giorni sembrava possibile: sentivo che c’era qualcosa di unico nell’aria di quel loft berlinese”. 

SO 36

Sono mesi eccitanti: i due girano per locali – tra tutti lo storico centro sociale “SO36”, aperto nel 1976, divenuto poi Club e considerato il punto di riferimento della scena punk-rock di Berlino -, ascoltano musica, 

e, soprattutto compongono capolavori come “Heroes”, “Low” e “Lodger” (David Bowie), “The Idiot” e “Lust for life” (Iggy).
Non a caso Bowie in “Lodger” inserisce “Red money”, cover di “Sister midnight” di Iggy in “Lust for life”, a ulteriore testimonianza di un'unicità del periodo e del loro sodalizio berlinese.

Allo stesso modo le copertine di “Lust for life” e “Heroes” mostrano i due protagonisti in pose molto simili, entrambe ispirate al quadro “Roquairol” di Erich Heckel (pittore impressionista tedesco dei primi del Novecento, considerato dal nazismo “artista degenerato”), in un concept grafico del tutto omologo. 

L’approccio creativo e musicale dei due non si connota del punk o della new-wave, ne capta le vibrazioni e le sollecitazioni, le traduce in un sound nuovo, personale, unico, che deve molto al kraut-rock, e che è distante e più raffinato rispetto alle sonorità “grezze”, crude e urgenti del punk. 

Iggy e Bowie assorbono la cultura berlinese, visitano musei, leggono, si rifanno alle avanguardie artistiche del primo Novecento, ad opere cinematografiche, alla cultura pop, nella sua più larga accezione, creando un precedente sonoro-culturale irripetibile e irripetuto.


Nonostante l’unicità di quel periodo, mi rivela ancora Esther, l'interesse per quelle sue foto è emerso solo in tempi recenti: “Non avrei mai pensato che ci sarebbe stato così tanto interesse, fino al 2013, quando l'editore di Zeit Magazin lo venne a sapere. Era così sbalordito che ha messo Iggy sulla copertina del giornale e abbiamo vinto il Lead Award in Gold per la migliore serie di ritratti dell'anno. Quindi l'apprezzamento anche da parte della galleria Ono per questo lavoro mi rende molto felice”.

Manuel Agnelli, protagonista del documentario “Berlino Est Ovest”, attualmente in onda su SkyArte, a firma della regista Enza Negroni (prod. Sonne Film ed Edenrock,), mi conferma il valore unico della produzione discografica di Iggy Pop e David Bowie riferibile agli anni del loro lungo soggiorno berlinese. Manuel raggiunge Berlino alla fine degli anni 80’: “C’era in me una forte fascinazione verso Berlino nata prima Punk e che quindi aveva incluso anche Iggy Pop e David Bowie che lì avevano realizzato i dischi più belli e interessanti della loro carriera. Sembrava che Berlino “battezzasse” a quei tempi dischi di un certo tipo”. Proseguendo nel racconto della sua prima esperienza berlinese, Manuel non fa che sostenere la rappresentazione di una città – quale chiaramente desumibile dalle immagini della mostra bolognese -, che in quel periodo è in grado di accogliere e sollecitare ogni tipo di sperimentazione, assurgendo a luogo ideale per ogni avanguardia, culturale e sociale.

Prima di arrivare a Berlino, a fine anni 80, tutti noi, di una certa generazione, ci eravamo già arrivati con la fantasia, con la testa. Berlino era una sorta di Eden per la musica, ma non solo. Noi la pensavamo, e per un po’ lo era stata, una zona franco, anche a livello sociale, dove potevi essere quello che volevi. C’erano in quel periodo un sacco di esperimenti di autogestione, centri sociali, case occupate. Del resto Berlino non era la città ambita dalla gente “normale”: era una città problematica, ma a noi piaceva questa cosa! Avevamo tutti un pò sottovalutato il fatto che Berlino fosse in qualche modo la vetrina dell’occidente, al quale conveniva l’esistenza di un posto così, divertente, ma allo stesso tempo pericoloso e quindi affascinante, che però, in realtà, era il risultato di una situazione artificiale. In condizioni normali una Berlino così non sarebbe mai esistita. Noi invece la consideravamo come la realizzazione dei sogni del Punk: di una società alternativa possibile, di un modo alternativo di vivere, anche nei rapporti personali; e questa cosa ci attirava prima ancora della scena musicale. Berlino è stata quindi per me più un punto di arrivo che di partenza. E’ stato il compimento dei miei sogni, e ripeto, non solo artistici, ma di vita, di vita sociale”.

A distanza di anni non si affievolisce l’interesse verso una vicenda esistenziale e artistica capace di stigmatizzare nella storia del rock il respiro e le energie di una Berlino che, in quel periodo, è in grado di accogliere e sintetizzare realtà antitetiche e contrapposte, e di restituire impulsi creativi e culturali che si alimentarono di quella tensione, di quella frizione e di quell’allarme, dando vita ad una stagione estetico-culturale irripetibile.


ON AIR: Lust For Life - Iggy Pop https://youtu.be/HuBU3pzy7is








venerdì 15 novembre 2019

INTERVISTA A TERRY HALL - IL RITORNO DEGLI SPECIALS


“Quando siamo nati con gli Specials abbiamo compreso e giudicato la nostra condizione sociale. Eravamo giovani ragazzi, senza lavoro, senza futuro, zero, un bel niente! Decidemmo di fare qualcosa e di condividere con gli altri i nostri sentimenti...ed è la stessa cosa che stiamo facendo anche oggi. I problemi della società non se ne sono andati. Hanno solo cambiato forma e colore.”.


Terry Hall, voce degli Specials, si concede diretto, essenziale, ma estremamente vero, in occasione della intervista esclusiva rilasciatami lo scorso settembre, in cui mi conferma che il sorprendente successo decretato al ritorno discografico, a ben quaranta anni dall’esordio, di una delle band ska revival più significative, “politiche” e progressiste della scena inglese dell’epoca Tatcheriana, rappresenta, ora come allora, la portata emergenziale - e il conseguente risveglio culturale - della nuova, ultima, crisi sociale e politica che ferisce l’Inghilterra. Sollevata, oggi, dalla Brexit, ormai rivelatasi come il prodotto ingannatorio di un sistema politico-governativo estremista, persuasivo e reazionario.
Il nuovo album “Encore” non delude le aspettative, lanciando gli Specials in vetta alle classifiche inglesi per diverse settimane: i dieci brani - avvincente mix di generi che vanno dal dub al soul- funk, dal tex-mex al reggae-ska - si caratterizzano tutti per il messaggio sociale e politico restituito senza mezze misure, diretto, netto, di chiara censura verso quanto sta accadendo in Inghilterra. Sul punto Terry mi confida: - “Encore” è stato accolto molto bene ed è davvero commovente. Speriamo che la gente ascolti con le orecchie aperte. I nostri messaggi non cambiano davvero mai, non stiamo predicando, stiamo solo parlando di cose che ci riguardano. Senza speranza non abbiamo niente! La Brexit è un incubo totale. Sia per chi vorrebbe rimanere in Europa sia per chi se ne vuole andare. Sta cambiando la forma della politica britannica. Speriamo che alla fine riesca a fare emergere comunque qualcosa di buono -.

È evidente il rinnovato impegno politico e sociale di una band, quella appunto degli Specials, che non si è mai sottratta a posizioni radicali, sia politiche, che musicali.

Lo Ska Revival nasce come evoluzione del Punk, corrente troppo spesso derubricata a mero fenomeno di costume. Ma quel punk primordiale, quello della fine degli anni ’70, ha invece saputo convogliare in sé culture, sottoculture, etiche ed estetiche, il più delle volte rispondenti a realtà marginalizzate o relegate precedentemente a posizioni di nicchia, che all'interno di una nuova scena, ampia e variegata, hanno ripreso nuova vita e soprattutto identità.

Così accadde per la Black Music, apparentemente così antitetica al movimento, ma che inglobata, anche grazie ai Clash e a DJ Don Letts, alla scena punk quasi esclusivamente “bianca”, portò con sé, tra il ’77 e il ’78, i semi di quello che di lì a poco sarà definito “Ska Revival”.
Uno sparuto gruppo di band si aggregò intorno a un sound che aveva l'energia del punk, ma la ritmica in levare tipicamente giamaicana, “velocizzata” e modernizzata. 

La 2Tone Records, etichetta fondata dal tastierista degli Specials, Jerry Dammers, e i gruppi ad essa riconducibili, vi introdussero contorni politici e sociali. Band come gli Specials e i Selecter erano costituiti da musicisti bianchi e neri: poiché inusuale nell'Inghilterra pur già meticcia della fine degli anni ’70, questa scelta si evidenziò come definitivo elemento di rottura con il passato.


Terry Hall fu iniziatore e protagonista di questa nuova scena quando, tra le cupe ciminiere di Coventry - una città industriale nel centro dell’Inghilterra, spesso ricordata solo per essere stata rasa al suolo dai nazisti trent'anni prima - fondò la band dei Coventry Automatics.
Ad aiutare Terry e compagni - la band aveva cambiato nome in Special AKA, destinato ad ufficializzarsi subito dopo in Specials - sarà un inaspettato invito dei Clash a seguirli nel loro “On parole tour” del 1978, che il gruppo sfruttò appieno. Hall mi conferma con entusiasmo la considerazione di tutta la band verso quella esperienza: “I Clash sono stati di grande ispirazione. Per un certo periodo siamo stati gestiti dal loro manager Bernie Rhodes. Facevamo le prove nella loro stessa sala e loro ci incoraggiavano tantissimo. Il tour è stato fantastico, anche se non avevamo un posto in cui dormire e niente altro! Diciamo sempre che abbiamo iniziato il tour ancora come un’idea di gruppo e lo abbiamo finito come una vera band”.


Nel gennaio del 1979 il tastierista Jerry Dammers fonda la 2Tone Records e nel maggio dello stesso anno gli Specials registrano e pubblicano il singolo “Gangsters”. Il brano arriva al sesto posto e la band decolla, grazie anche ai successivi 45 giri “A message to you Rudy” e, soprattutto, “Too much too young” che per due settimane resta in testa alle classifiche inglesi. 
Poi si succedono cambiamenti di formazione, scioglimenti, litigi e reunion. “Ghost Town”, nel 1981, fu l'ultimo singolo registrato dalla formazione originale. Arrivò in vetta alle charts e fu acclamato “brano dell'anno”.



Terry prese altre strade artistiche, tra Fun Boy Three, Colourfield e progetti solisti. Esperienze non sempre coronate da grandi successi, ma lui non se ne rammarica: “Dopo aver sciolto gli Specials volevo solo andare avanti e continuare a scoprire. E sono molto contento del risultato. Essere un artista è una vocazione che dura tutta una vita. Qualche volta vinci, altre perdi, non importa. Pensa che non ho mai letto una recensione di qualsiasi cosa abbia fatto. Si tratta solo di creare. Tutto qua.



Terry è comunque molto chiaro quando gli chiedo della posizione degli Specials all’interno del movimento ska: “Non ci siamo mai considerati un gruppo ska. Certo, abbiamo fatto riferimento allo ska ma anche al punk, al reggae, al soul. Non pensiamo davvero a quella etichetta. Noi suoniamo e scriviamo come ci sentiamo senza alcun confine musicale.” 
Quando poi gli faccio notare che l’impegno politico e sociale della band nel nuovo album appare più marcato e ancora più concentrato su quanto accade intorno mi conferma: “Per scrivere i testi mi limito a osservare. Ascoltando le persone su un autobus o in un caffè. A volte trovo impossibile comunicare un sentimento o un'emozione agli altri. Così finisco per scriverne. L'ispirazione è là fuori. Ovunque.” 

Terry è comunque cauto e disilluso rispetto alla possibilità che attraverso i testi delle canzoni e la presa di posizione di un artista sia possibile cambiare le coscienze: “Penso che da artista posso condividere e suggerire delle idee...ma non mi aspetto mai un cambiamento, solo opinioni.” 

Gli chiedo poi quali siano oggi i suoi ascolti: “Penso che il vero vantaggio di internet sia che puoi scoprire così tanta musica. E io mi ritrovo a farlo costantemente. Attualmente sto ascoltando un sacco di reggae degli anni 70. E pensa, anche i Beach Boys!

Al termine della nostra intervista mi viene da pensare che lo sguardo spesso accigliato di Hall sia l’involontario riflesso di un mondo che gli appare sempre uguale, stesse problematiche e tensioni sociali, stessa politica che sceglie di fomentare la discriminazione; ma rispetto al quale conservare uno sguardo di speranza: “Ho guardato in tutto il mondo, potrebbe essere un bel posto in cui vivere. Assicurati di essere visto e ascoltato e dai alle cose il valore che si meritano. Ho guardato in tutto il mondo. Dobbiamo prenderci cura l'uno dell’altro” (We sell hope” da “Encore”).

On Air: 
Vote For Me (The Specials) https://youtu.be/B_Y4VwDs_KE
Too Much Too Young (The Specials) https://youtu.be/8eClAL1LCRk