sabato 25 gennaio 2020

Yussef Dayes Trio - live at Locomotiv Club, Bologna

C’erano una volta – almeno tre anni or sono - i Yussef Kaamal, compagine di musicisti gravitanti attorno al geniale duo inglese Yussef Dayes – batterista - e kamaal Williams – polistrumentista conosciuto anche come Henry Wu -, che irruppero sulla scena del nu jazz con una miscela sonora di jazz-funk anni ‘70 che univa l’impeto del jazz più (bee) bop alla “tradizione” del grime e dell’elettronica inglese – cui il duo, per evidenti ragioni anagrafiche, aveva attinto a piene mani.
Il loro primo album – “Black Focus” – era stato prodotto da Gilles Peterson, nel catalogo della sua label personale, la Brownswood.

Il progetto del duo poi si conclude.


Ieri sera al Locomotiv di Bologna – che si conferma ancora una volta un club congeniale a questo tipo di live, per acustica, illuminazione, capienza e raggiungibilità -, nell’ambito della rassegna “Murato!”- organizzata da Unhipe Records, con la collaborazione di Radio Città del Capo – ho assistito al concerto del trio di Yussef Dayes – con il tastierista Charlie Stacey e il bassista Rocco Palladino, (due giovani manici devo dire) -.


Immensi, si, immensi!

Dal palco, ancora una volta, l’impetuosa e “perfetta” contaminazione tra jazz (spiritual e funk) trip-hop, house, e dub - a ricordarmi – per follia, trasgressione, ed esaltazione - le atmosfere e le sonorità della Sun Ra Arkestra e degli Art Ensemble of Chicago.
Colpiscono e provocano le “lunghe” e improvvise pause ritmiche che connotano efficacemente la struttura dei brani, poichè irrompono e scatenano la virtuosa ed estenuante successiva concatenazione tra batteria e basso, tra la ritmica e la modulazione aerea e cosmica della tastiera.


On air: Yesterday Princess (Yussef Dayes Trio) https://youtu.be/JT0Y4Bl6d9o

venerdì 24 gennaio 2020

"Momentum" il nuovo album dei Calibro 35 per RecordKicks - intervista a Tommaso Colliva produttore e "regista" della band

L’ultimo album dei Calibro 35 è bellissimo.
La cifra sonora di una delle band che ha meglio interpretato la fascinazione per le atmosfere cinematiche di certa produzione filmografica e musicale italiana tipica degli anni ’70, supera con il nuovo album i confini della reinterpretazione e i limiti della tributazione che ne hanno caratterizzato i precedenti prodotti, connotando il tessuto - e l’intento – comunque immaginifico delle proprie composizioni di elegante e matura impressione musicale.

Il gruppo, composto da vere e proprie eccellenze della musica pop-rock contemporanea italiana, ha saputo nel tempo evolvere in uno stile che, inizialmente derivativo, si è poi connotato di un profilo assolutamente personale e riconoscibile.


Il nuovo album lo conferma in maniera definitiva, in virtù di una miscela esplosiva che attinge dal jazz, dal funk, e poi dal soul, dal rock, ma che si serve anche dell’hip-hop, del rap, dalla dub, e dall’elettronica (con gli strumenti rigorosamente sempre suonati), che restituisce atmosfere “spooky”, noir, hard-boiled, ma retro-futuriste e dal respiro ormai internazionale e di spessore artistico del tutto innovativo.


Tommaso Colliva, produttore e “regista” della band ha risposto ad alcune mie domande.
Blogger: Vivete realtà (spesso) artisticamente separate e sempre piuttosto impegnative. Quanto tempo riservate ai Calibro 35 e come conciliate il presumibile poco tempo a disposizione per prove, incisioni e per la composizione?

Tommaso C.: Pochissimo tempo dedicato a Calibro ma cerchiamo di concentrarlo il più possibile. Forse proprio perche' ci sono io, le "prove" sono un concetto abbastanza sconosciuto in casa C35, tutto viene registrato perché potrebbe essere qualcosa di bello da usare. E tante cose bellissime sono nate proprio da quello che per altri sarebbero state "prove", ma le nostre sono state documentate



Blogger: “Momentum” è il prequel di quello che ascolterai nei prossimi dieci anni dai Calibro 35”. E' una dichiarazione di intenti o avete già in mente un progetto preciso in tal senso?
Tommaso C: Metà e metà: dichiarazione d'intenti di sicuro e di "progetti futuri" ne abbiamo pieni cassetti, solo che ancora non sappiamo quali realizzeremo.


Blogger: Il nuovo album assimila molta strumentazione elettronica ma come è d'uso nella nuova scena nu jazz inglese è tutto suonato live…
Tommaso C.: Tutto nasce da una domanda: come puoi unire le possibilità sonore che abbiamo oggi ad un approccio abbastanza radicale di musica suonata? Come puoi essere classico ma non "retro"? Questa e' la nostra temporanea soluzione.


Blogger: In “Momentum” avete la collaborazione/feat. di alcuni ospiti.
Tommaso C.: Ci siamo resi conto che potevamo chiudere/finire alcuni pezzi che avevamo da soli, ma che evolverli per avere qualcuno che ci rappasse sopra era forse piu' interessante e questo si e' deciso di fare. Illa J da un lato dell'oceano e MEI dall'altro ci hanno dato un'egregia mano...

Blogger: A volte basta il titolo di un brano strumentale per dire più di tante parole. “One nation under a format” (cit. Funkadelic) che chiude l'album a mio parere rappresenta un commento sociale molto pungente.
Tommaso C.: Hahahah si. Quel titolo unisce egregiamente le due inspirazioni maggiori di questo disco:
1- fare un disco che fosse Calibro ma piu' influenzato dal GROOVE, senza aver paura di ripetere le stesse 8 battute due volte
2- evitare la standardizzazione che c'e' nel mondo (e nella musica) attuale. E il titolo infatti l'ho bellamente rubato da una frase di un’essay di Zadie Smith (perdono!) che tratta di questi argomenti.

Blogger: Siete uno dei rari gruppi di respiro e attenzione “internazionali” che ha prodotto negli ultimi tempi l'Italia. Ulteriori progetti rivolti all'estero?
Tommaso C: Costanti e copiosi anche se guardare a tanti territori è davvero intenso. Al momento abbiamo un altro tour in programmazione per aprile in Europa: Francia, Inghilterra, Svizzera e qualcosa in Germania.Quando capiremo come clonarci faremo di piu'.

Ormai prossimi - a febbraio - i live dei Calibro 35 (Bologna. Padova, Milano e Roma): imperdibili!

On air: Stan Lee (feat. Illa J) - Calibro 35 https://youtu.be/UXmYJ7zJXx4

martedì 14 gennaio 2020

HANGING AROUND - ANTONIO LOPEZ: DRAWINGS AND PHOTOGRAPHS - GALLERIA CARLA SOZZANI, MILANO, FINO AL 13 APRILE 2020

Reduce dal dancefloor del Mod Alldayer alla cave del Ligera, domenica mattina, in una Milano soleggiata e dal clima inaspettatamente mite (“visti i giorni precedenti”, come mi precisa telefonicamente la Queen Clelia), raggiungo, al n. 10 della centralissima Corso Como, la Galleria Carla Sozzani, una delle strutture espositive italiane che più amo, per l’attenzione e la ricerca monografica che l'omonima fondazione indirizza ormai da anni verso la più significativa produzione fotografica internazionale legata alla moda, al design e all’architettura.

Contestualizzano le esposizioni ospitate nelle bianche sale della struttura milanese un bookshop fornitissimo e il concept store (al piano terra) - accurato tempio della moda d'avanguardia dalla scenografia space age, di recente omologa apertura anche a New York, vicino al ponte di Brooklyn -.



Antonio Lopez è stato un illustratore: secondo il New York Times – con il quale aveva collaborato come free lance il più importante illustratore di moda.






Da Puerto Rico – dove nasce nel 1943 – Lopez arriva bambino nella New York degli anni ‘50, al seguito dei genitori, che lo sosterranno in ogni modo nell’approfondimento della sua passione per l'immagine e il mondo della moda. 
Studia infatti al Fashion Institute of Technology (FIT) di NY. 







Già durante la formazione inizia a lavorare al Women’s Wear Daily; da qui è un susseguirsi di collaborazioni con le maggiori riviste di moda e non – Vogue, Harper’s Bazaar, Elle, Interview, il New York Times -.





Negli anni 70’ si trasferisce a Parigi, dove collabora con Karl Lagerfeld (inedita – ai miei occhi - e intima la rappresentazione dello stilista francese negli scatti e nelle riprese di Lopez che lo ritraggono agli inizi della sua carriera e ne mettono in luce una fisicità elegante ma allo stesso tempo fortemente “caparbia”),






diventa amico di Jerry Hall (bellissima e maliziosa nelle immagini dell’amico), e di Jessica Lange.








Il percorso espositivo della mostra, diviso per sezioni temporali e tematiche, si svolge attraverso (oltre) duecento disegni originali, provini Kodak, sequenze fotografiche, collage, diari e film(ini).












In mostra anche il film “Antonio Lopez 1970: Sex, Fashion & Disco” di James Crump: mirabile documento – già vincitore di numerosi premi - sulla vita dell’illustratore, con interviste ai “comprimari” del suo mondo, dove la vita e l’arte si sovrappongono fino a confondersi. 












Tutto il materiale esposto testimonia una visione unica e irriverente di bellezza, sensualità, sessualità, opulento sensazionalismo e stile, e l’urgenza “narrativa” e di vita di un illustratore che diviene il reporter di uno spaccato culturale e sociale - quello degli anni ‘70 e ’80 - in cui tutto risultava nuovo e geniale, in cui tutto appariva possibile; ma il cui realismo, invero già mal celato nelle stesse immagini di Lopez, irromperà solo successivamente, spezzando vite creative e infrangendo sogni di libertà.

On Air: Heart Of Glass - Blondie https://youtu.be/WGU_4-5RaxU

martedì 7 gennaio 2020

IGGY POP A BERLINO - LE IMMAGINI DI ESTHER FRIEDMAN E IL RACCONTO DI MANUEL AGNELLI



Il trentennale della caduta del Muro ha avuto il pregio non solo di richiamare l’attenzione sulla sostanza geo-politica di un evento, che, al netto delle propagande, si spoglia delle retoriche della “global democracy” o della superiorità dei valori occidentali, ma altresì sulla fascinazione e influenza che Berlino, luogo di confine – non solo territoriale - e di libertà, ha esercitato sulla produzione culturale di una generazione di artisti che va dalla fine degli anni ’70 fino alla riunificazione delle “due germanie”.

Su tutte conserva intatta la sua importanza l’esperienza discografica di Iggy Pop e David Bowie riferibile agli anni in cui i due vissero a Berlino, tra il 1976 al 1978 - condividendo gli spazi di un appartamento localizzato al numero 155 di Hauptstrasse, in un quartiere periferico della città decadente e fascinosa -, quale risultato di un sodalizio artistico e creativo che si rivelerà fondamentale e seminale per la storia del rock e per l’immaginario di una (contro)cultura che ne trasse ispirazione e contenuto.
Gli anni berlinesi di Iggy Pop – in fuga dagli esiti di una esistenza ormai del tutto estrema e autodistruttiva, al seguito di David Bowie, che riesce a “trascinarlo” con sé durante il tour di “Station to Station”, nel 1976 – trovano suggestiva e intima testimonianza negli scatti di Ester Friedman, fotografa tedesca, che nel 1977 avvia una relazione sentimentale con l’istrionico ex-Stooges, che sono esposti sino all’8 dicembre alla ONO arte contemporanea – galleria fotografica di Bologna (via Santa Margherita, 10), in occasione della mostra “IGGY POP The Passenger: Fotografie di Esther Friedman”.


Il percorso per immagini –25 foto, per lo più in bianco e nero, e un documento visivo sullo scenario urbano della Berlino Est e Ovest – ci restituisce le atmosfere di una città cupa e rarefatta, che fa da sfondo - e occasione - alla rinascita esistenziale e creativa dei due “Dum Dum Boys” – già titolo (autoreferenziale) di una delle tracce dell’album “The Idiot” di Iggy Pop (1977), di cui David Bowie è produttore e arrangiatore-.



Esther coglie un Iggy trentenne, dallo sguardo febbrile, dal fisico asciutto, dall’espressività marcata che connota, provocatoria e urgente, il suo volto; e l’irripetibilità e la tensione dello scambio creativo tra due personalità artistiche di diversificata ma pari genialità.


Immagini, quelle della mostra, che restituiscono una Berlino plumbea, struggente, nelle sue prospettive urbane prive di fasto, nella sua architettura che parla delle contraddizioni di un luogo di frontiera.


Friedman, in occasione di una intervista rilasciatami nei giorni scorsi, mi riporta l’energia, le emozioni e gli antefatti di quanto documentato: “Ero innamorata, Iggy era semplicemente meraviglioso; tutto in quei giorni sembrava possibile: sentivo che c’era qualcosa di unico nell’aria di quel loft berlinese”. 

SO 36

Sono mesi eccitanti: i due girano per locali – tra tutti lo storico centro sociale “SO36”, aperto nel 1976, divenuto poi Club e considerato il punto di riferimento della scena punk-rock di Berlino -, ascoltano musica, 

e, soprattutto compongono capolavori come “Heroes”, “Low” e “Lodger” (David Bowie), “The Idiot” e “Lust for life” (Iggy).
Non a caso Bowie in “Lodger” inserisce “Red money”, cover di “Sister midnight” di Iggy in “Lust for life”, a ulteriore testimonianza di un'unicità del periodo e del loro sodalizio berlinese.

Allo stesso modo le copertine di “Lust for life” e “Heroes” mostrano i due protagonisti in pose molto simili, entrambe ispirate al quadro “Roquairol” di Erich Heckel (pittore impressionista tedesco dei primi del Novecento, considerato dal nazismo “artista degenerato”), in un concept grafico del tutto omologo. 

L’approccio creativo e musicale dei due non si connota del punk o della new-wave, ne capta le vibrazioni e le sollecitazioni, le traduce in un sound nuovo, personale, unico, che deve molto al kraut-rock, e che è distante e più raffinato rispetto alle sonorità “grezze”, crude e urgenti del punk. 

Iggy e Bowie assorbono la cultura berlinese, visitano musei, leggono, si rifanno alle avanguardie artistiche del primo Novecento, ad opere cinematografiche, alla cultura pop, nella sua più larga accezione, creando un precedente sonoro-culturale irripetibile e irripetuto.


Nonostante l’unicità di quel periodo, mi rivela ancora Esther, l'interesse per quelle sue foto è emerso solo in tempi recenti: “Non avrei mai pensato che ci sarebbe stato così tanto interesse, fino al 2013, quando l'editore di Zeit Magazin lo venne a sapere. Era così sbalordito che ha messo Iggy sulla copertina del giornale e abbiamo vinto il Lead Award in Gold per la migliore serie di ritratti dell'anno. Quindi l'apprezzamento anche da parte della galleria Ono per questo lavoro mi rende molto felice”.

Manuel Agnelli, protagonista del documentario “Berlino Est Ovest”, attualmente in onda su SkyArte, a firma della regista Enza Negroni (prod. Sonne Film ed Edenrock,), mi conferma il valore unico della produzione discografica di Iggy Pop e David Bowie riferibile agli anni del loro lungo soggiorno berlinese. Manuel raggiunge Berlino alla fine degli anni 80’: “C’era in me una forte fascinazione verso Berlino nata prima Punk e che quindi aveva incluso anche Iggy Pop e David Bowie che lì avevano realizzato i dischi più belli e interessanti della loro carriera. Sembrava che Berlino “battezzasse” a quei tempi dischi di un certo tipo”. Proseguendo nel racconto della sua prima esperienza berlinese, Manuel non fa che sostenere la rappresentazione di una città – quale chiaramente desumibile dalle immagini della mostra bolognese -, che in quel periodo è in grado di accogliere e sollecitare ogni tipo di sperimentazione, assurgendo a luogo ideale per ogni avanguardia, culturale e sociale.

Prima di arrivare a Berlino, a fine anni 80, tutti noi, di una certa generazione, ci eravamo già arrivati con la fantasia, con la testa. Berlino era una sorta di Eden per la musica, ma non solo. Noi la pensavamo, e per un po’ lo era stata, una zona franco, anche a livello sociale, dove potevi essere quello che volevi. C’erano in quel periodo un sacco di esperimenti di autogestione, centri sociali, case occupate. Del resto Berlino non era la città ambita dalla gente “normale”: era una città problematica, ma a noi piaceva questa cosa! Avevamo tutti un pò sottovalutato il fatto che Berlino fosse in qualche modo la vetrina dell’occidente, al quale conveniva l’esistenza di un posto così, divertente, ma allo stesso tempo pericoloso e quindi affascinante, che però, in realtà, era il risultato di una situazione artificiale. In condizioni normali una Berlino così non sarebbe mai esistita. Noi invece la consideravamo come la realizzazione dei sogni del Punk: di una società alternativa possibile, di un modo alternativo di vivere, anche nei rapporti personali; e questa cosa ci attirava prima ancora della scena musicale. Berlino è stata quindi per me più un punto di arrivo che di partenza. E’ stato il compimento dei miei sogni, e ripeto, non solo artistici, ma di vita, di vita sociale”.

A distanza di anni non si affievolisce l’interesse verso una vicenda esistenziale e artistica capace di stigmatizzare nella storia del rock il respiro e le energie di una Berlino che, in quel periodo, è in grado di accogliere e sintetizzare realtà antitetiche e contrapposte, e di restituire impulsi creativi e culturali che si alimentarono di quella tensione, di quella frizione e di quell’allarme, dando vita ad una stagione estetico-culturale irripetibile.


ON AIR: Lust For Life - Iggy Pop https://youtu.be/HuBU3pzy7is








venerdì 15 novembre 2019

INTERVISTA A TERRY HALL - IL RITORNO DEGLI SPECIALS


“Quando siamo nati con gli Specials abbiamo compreso e giudicato la nostra condizione sociale. Eravamo giovani ragazzi, senza lavoro, senza futuro, zero, un bel niente! Decidemmo di fare qualcosa e di condividere con gli altri i nostri sentimenti...ed è la stessa cosa che stiamo facendo anche oggi. I problemi della società non se ne sono andati. Hanno solo cambiato forma e colore.”.


Terry Hall, voce degli Specials, si concede diretto, essenziale, ma estremamente vero, in occasione della intervista esclusiva rilasciatami lo scorso settembre, in cui mi conferma che il sorprendente successo decretato al ritorno discografico, a ben quaranta anni dall’esordio, di una delle band ska revival più significative, “politiche” e progressiste della scena inglese dell’epoca Tatcheriana, rappresenta, ora come allora, la portata emergenziale - e il conseguente risveglio culturale - della nuova, ultima, crisi sociale e politica che ferisce l’Inghilterra. Sollevata, oggi, dalla Brexit, ormai rivelatasi come il prodotto ingannatorio di un sistema politico-governativo estremista, persuasivo e reazionario.
Il nuovo album “Encore” non delude le aspettative, lanciando gli Specials in vetta alle classifiche inglesi per diverse settimane: i dieci brani - avvincente mix di generi che vanno dal dub al soul- funk, dal tex-mex al reggae-ska - si caratterizzano tutti per il messaggio sociale e politico restituito senza mezze misure, diretto, netto, di chiara censura verso quanto sta accadendo in Inghilterra. Sul punto Terry mi confida: - “Encore” è stato accolto molto bene ed è davvero commovente. Speriamo che la gente ascolti con le orecchie aperte. I nostri messaggi non cambiano davvero mai, non stiamo predicando, stiamo solo parlando di cose che ci riguardano. Senza speranza non abbiamo niente! La Brexit è un incubo totale. Sia per chi vorrebbe rimanere in Europa sia per chi se ne vuole andare. Sta cambiando la forma della politica britannica. Speriamo che alla fine riesca a fare emergere comunque qualcosa di buono -.

È evidente il rinnovato impegno politico e sociale di una band, quella appunto degli Specials, che non si è mai sottratta a posizioni radicali, sia politiche, che musicali.

Lo Ska Revival nasce come evoluzione del Punk, corrente troppo spesso derubricata a mero fenomeno di costume. Ma quel punk primordiale, quello della fine degli anni ’70, ha invece saputo convogliare in sé culture, sottoculture, etiche ed estetiche, il più delle volte rispondenti a realtà marginalizzate o relegate precedentemente a posizioni di nicchia, che all'interno di una nuova scena, ampia e variegata, hanno ripreso nuova vita e soprattutto identità.

Così accadde per la Black Music, apparentemente così antitetica al movimento, ma che inglobata, anche grazie ai Clash e a DJ Don Letts, alla scena punk quasi esclusivamente “bianca”, portò con sé, tra il ’77 e il ’78, i semi di quello che di lì a poco sarà definito “Ska Revival”.
Uno sparuto gruppo di band si aggregò intorno a un sound che aveva l'energia del punk, ma la ritmica in levare tipicamente giamaicana, “velocizzata” e modernizzata. 

La 2Tone Records, etichetta fondata dal tastierista degli Specials, Jerry Dammers, e i gruppi ad essa riconducibili, vi introdussero contorni politici e sociali. Band come gli Specials e i Selecter erano costituiti da musicisti bianchi e neri: poiché inusuale nell'Inghilterra pur già meticcia della fine degli anni ’70, questa scelta si evidenziò come definitivo elemento di rottura con il passato.


Terry Hall fu iniziatore e protagonista di questa nuova scena quando, tra le cupe ciminiere di Coventry - una città industriale nel centro dell’Inghilterra, spesso ricordata solo per essere stata rasa al suolo dai nazisti trent'anni prima - fondò la band dei Coventry Automatics.
Ad aiutare Terry e compagni - la band aveva cambiato nome in Special AKA, destinato ad ufficializzarsi subito dopo in Specials - sarà un inaspettato invito dei Clash a seguirli nel loro “On parole tour” del 1978, che il gruppo sfruttò appieno. Hall mi conferma con entusiasmo la considerazione di tutta la band verso quella esperienza: “I Clash sono stati di grande ispirazione. Per un certo periodo siamo stati gestiti dal loro manager Bernie Rhodes. Facevamo le prove nella loro stessa sala e loro ci incoraggiavano tantissimo. Il tour è stato fantastico, anche se non avevamo un posto in cui dormire e niente altro! Diciamo sempre che abbiamo iniziato il tour ancora come un’idea di gruppo e lo abbiamo finito come una vera band”.


Nel gennaio del 1979 il tastierista Jerry Dammers fonda la 2Tone Records e nel maggio dello stesso anno gli Specials registrano e pubblicano il singolo “Gangsters”. Il brano arriva al sesto posto e la band decolla, grazie anche ai successivi 45 giri “A message to you Rudy” e, soprattutto, “Too much too young” che per due settimane resta in testa alle classifiche inglesi. 
Poi si succedono cambiamenti di formazione, scioglimenti, litigi e reunion. “Ghost Town”, nel 1981, fu l'ultimo singolo registrato dalla formazione originale. Arrivò in vetta alle charts e fu acclamato “brano dell'anno”.



Terry prese altre strade artistiche, tra Fun Boy Three, Colourfield e progetti solisti. Esperienze non sempre coronate da grandi successi, ma lui non se ne rammarica: “Dopo aver sciolto gli Specials volevo solo andare avanti e continuare a scoprire. E sono molto contento del risultato. Essere un artista è una vocazione che dura tutta una vita. Qualche volta vinci, altre perdi, non importa. Pensa che non ho mai letto una recensione di qualsiasi cosa abbia fatto. Si tratta solo di creare. Tutto qua.



Terry è comunque molto chiaro quando gli chiedo della posizione degli Specials all’interno del movimento ska: “Non ci siamo mai considerati un gruppo ska. Certo, abbiamo fatto riferimento allo ska ma anche al punk, al reggae, al soul. Non pensiamo davvero a quella etichetta. Noi suoniamo e scriviamo come ci sentiamo senza alcun confine musicale.” 
Quando poi gli faccio notare che l’impegno politico e sociale della band nel nuovo album appare più marcato e ancora più concentrato su quanto accade intorno mi conferma: “Per scrivere i testi mi limito a osservare. Ascoltando le persone su un autobus o in un caffè. A volte trovo impossibile comunicare un sentimento o un'emozione agli altri. Così finisco per scriverne. L'ispirazione è là fuori. Ovunque.” 

Terry è comunque cauto e disilluso rispetto alla possibilità che attraverso i testi delle canzoni e la presa di posizione di un artista sia possibile cambiare le coscienze: “Penso che da artista posso condividere e suggerire delle idee...ma non mi aspetto mai un cambiamento, solo opinioni.” 

Gli chiedo poi quali siano oggi i suoi ascolti: “Penso che il vero vantaggio di internet sia che puoi scoprire così tanta musica. E io mi ritrovo a farlo costantemente. Attualmente sto ascoltando un sacco di reggae degli anni 70. E pensa, anche i Beach Boys!

Al termine della nostra intervista mi viene da pensare che lo sguardo spesso accigliato di Hall sia l’involontario riflesso di un mondo che gli appare sempre uguale, stesse problematiche e tensioni sociali, stessa politica che sceglie di fomentare la discriminazione; ma rispetto al quale conservare uno sguardo di speranza: “Ho guardato in tutto il mondo, potrebbe essere un bel posto in cui vivere. Assicurati di essere visto e ascoltato e dai alle cose il valore che si meritano. Ho guardato in tutto il mondo. Dobbiamo prenderci cura l'uno dell’altro” (We sell hope” da “Encore”).

On Air: 
Vote For Me (The Specials) https://youtu.be/B_Y4VwDs_KE
Too Much Too Young (The Specials) https://youtu.be/8eClAL1LCRk


venerdì 18 ottobre 2019

HANNAH WILLIAMS & THE AFFIRMATIONS - esce con la RecordKiks il nuovo album 50 Foot Woman

La RecordKicks, una delle migliori etichette della scena internazionale soul/black, va di nuovo a segno.

A due anni dal precedente “Late Nights & Heartbreak” riconferma Hannah Williams nel suo catalogo con un nuovo efficacissimo album, con gli Affirmations, in uscita oggi.


La voce profonda e dai toni fortemente black della cantante di Bristol - che nel frattempo aggiunge al curriculum anche un prezioso featuring in “4:44”, traccia che dà il titolo all’ultimo album del rapper statunitense Jay-Z, scritta come risposta a “Lemonade” di Beyoncé - domina un potentissimo mix di groove e sonorità funk-soul, e, ancora, tinte blues e gospel, per una produzione di rara eleganza, che guarda a suoni vintage, ma li ripropone in chiave modernissima e attuale.


La band torna in Italia a fine novembre: il 28 a Torino (sPAZIO211), il 29 a Bologna (Locomotiv Club - prima di loro, i bolognesi New Colour), il 30 a Milano (Arci Biko).
Grazie a Martina di Record Kicks, Hannah ha risposto ad alcune domande sull'album.

Blogger: Come è nata la collaborazione con RecordKicks?
Hannah W: Gli abbiamo inviato nel 2010 il nuovo 45 giri autoprodotto The Tastemaker days. Gli è piaciuto. Ci hanno fatto firmare. Facile eh? Ah ah!


Blogger: La tua carriera è cambiata con quella famosa telefonata di Jay Z. La tua è la voce principale della canzone. Puoi raccontarci come è andata?
Hannah W: Sicuro. Ero su un pullman sulla strada per Leeds (Inghilterra del Nord) con 45 dei miei studenti del coro per un festival. Jai (il batterista che all'epoca lavorava come manager) mi chiamò per dire che Jay Z avrebbe potuto telefonarmi per avere un campionamento della mia voce. Pensavo stesse mentendo!!! Ma ero comunque eccitatissima. Il telefono non ha squillato per tutto il weekend, quindi ho cercato di dimenticarmene.
Sulla strada di casa da Leeds, un paio di giorni dopo, ho tirato fuori il telefono per chiamare mio marito e c'erano 2 chiamate perse da un numero americano e un messaggio "Ciao Hannah, so che sei occupata, ma potresti farmi un chiamata quando hai un momento. Jay”. Non sapevo ancora se crederci, ma sono tornata a casa, ho chiamato il numero dalla mia piccola camera da letto e ... era davvero Shawn Carter !!! (il vero nome di Jay Z n.d.r.)
Ha detto che aveva scritto la sua canzone più personale tenendo conto della mia voce e che voleva campionare la nostra canzone.
Ho registrato alcune versioni diverse dei testi dato che non era sicuro quale sarebbe stata la storia della canzone... abbiamo aspettato il giorno in cui il mondo intero l'avrebbe ascoltata, il 30 giugno. Fu solo allora che scoprimmo che il campione era sostanzialmente l'intera canzone, che era la title track, e che sostanzialmente erano le scuse per Beyonce!
Questo è stato un grande catalizzatore per cambiare le cose per tutti noi. Tra l'altro è stato un grande stimolo per scrivere nuovo materiale, pur suonando oltre 100 concerti nei mesi seguenti e viaggiando più che mai (Blue Note a Tokyo, Central Park Summer Stage, Tour Canadese ecc.). È stato un anno folle. Ha significato un grande cambiamento personale per me. Non potevo continuare a fare il mio lavoro come direttore creativo di musica all'università di Winchester E andare in tour. E avere tempo per mio marito e nostro figlio. Quindi... ho rinunciato al mio lavoro e ho iniziato un'attività come vocal coach.
Ora, a distanza di 2 anni, pubblicheremo il miglior lavoro che abbiamo mai scritto e non potrei essere più felice!
50 Foot Woman sarà il nostro White Album. Vieni avanti universo !!!! Manifestati!

Blogger: A questo proposito, dopo Jay Z, con quale cantante o musicista ti piacerebbe collaborare?
Hannah W: Al momento mi fa impazzire Brittany Howard. Ha un album solista in uscita e non vedo l'ora di ascoltarlo. È così selvaggia e forte ma vulnerabile e bizzarra allo stesso tempo. La amo. Penso che le nostre voci insieme sarebbero una potenza (I think our voices would kick ass together).

Blogger: Cosa e quanto è cambiato, rispetto agli album precedenti, in "50 Foot Woman"
Hannah W: Molto è cambiato. Questo album è assolutamente nostro ed è il prodotto di un lungo e naturale processo di sviluppo. Tutti e 9 siamo stati completamente coinvolti nel materiale dal primo giorno e la nostra identità collettiva è maturata ed è diventata molto presente in questo disco.
Abbiamo avuto l'estrema fortuna di essere stati in grado di presentare quasi tutto l'album durante un lungo tour. Misurare la risposta del nostro pubblico è al centro del nostro processo di sviluppo. Per farla breve...se lo adorano...gli diamo tutta la nostra attenzione. Questo album è un grande passo da Late Nights and Heartbreak, che è diventato un disco molto importante per noi. Sapevamo che dovevamo essere audaci e offrire qualcosa che sarebbe stato indiscutibilmente adorato dal nostro pubblico. Spero davvero di averlo inchiodato !! * incrociamo le dita *


Blogger: Ci è voluto molto tempo per comporre e registrare il nuovo album? Secondo me il tuo migliore in assoluto.
Hannah W: Grazie mille Clarice. Lo pensiamo anche noi. Ah ah!
Come ho detto, siamo stati fortunati ad avere l'opportunità di proporre prima il materiale in tour. Gran parte è stato scritto da ben 2/3 anni, ma alcuni brani sono più recenti. Il processo di registrazione tuttavia è stato MOLTO veloce. Abbiamo parlato con Record Kicks nell'inverno del 2018 e abbiamo iniziato a registrare a febbraio 2019. Abbiamo terminato entro la fine di marzo dopo aver avuto circa 12 giorni per completare il tutto. L'obiettivo principale del nostro meraviglioso amico e produttore Shawn Lee (che ha messo in pratica i nostri desideri) è stato quello di catturare il suono del nostro spettacolo dal vivo in studio. Quindi, il processo che abbiamo scelto per registrare è stato di aiuto proprio per questo. Abbiamo registrato dal vivo su nastro e sovrainciso solo le voci dei cori. La voce solista, i fiati e la sezione ritmica, praticamente ogni traccia è alla prima take. Ne siamo super orgogliosi! Shawn è un mago e ha lavorato con la sua magia segreta per portare le nostre tracce dal vivo al livello successivo. Non potremmo essere più felici del risultato.
 
Blogger: Cosa mi dici di "What can we do", una canzone piuttosto complessa e insolita, dal gospel al funk orchestrato. Davvero affascinante!
Victoria Klewin – Compositrice
Nel corso degli anni ho cantato e studiato molta musica corale e -a cappella-. L'introduzione è stata scritta molti anni fa pensando a un coro -a cappella-. Ma non ne ho mai fatto nulla, quindi è stato solo sul mio computer per anni. L'ho scritto cantando le parti, registrandole e poi ho continuato a rielaborarle fino a quando non sono stata soddisfatta. L'ho portato a Hannah e con lei abbiamo messo tutto insieme quello che ascolti nel disco.
Hannah W: Questa è una canzone davvero speciale per me. Il modo in cui tutto si è unito a tre idee fantastiche, tutte scritte da Victoria, è stato davvero favoloso. Non solo scorreva concettualmente e liricamente bene, ma le melodie si incastonavano insieme come gli ultimi tre pezzi di un puzzle. Abbiamo apprezzato molto il processo di costruzione di questa registrazione, che si è evoluto nel corso degli anni per renderlo ancora più avvincente e soddisfacente. La relazione tra Hannah Nicholson (corista), Victoria e me è molto speciale e particolare. Sono le due MIGLIORI cantanti con cui abbia mai lavorato. Tutte abbiamo voci molto distintive e diverse, ma in qualche modo, quando cantiamo insieme, è difficile distinguerci. Spesso non parliamo nemmeno di ciò che stiamo facendo. Cantiamo e "sentiamo" davvero l'armonia. È come una strana osmosi musicale. Questa canzone in particolare mette davvero in mostra la relazione che abbiamo.

Bill Withers
Blogger: Quali sono le tue principali influenze vocali e di gruppo?
Hannah W: Ce ne sono molte. Tutti ascoltiamo e suoniamo una vasta gamma di stili musicali. Jazz, latino, afrobeat, corale, gospel, folk, classico, sperimentale, rock, opera…
Alcuni dei miei eroi sono: Charles Bradley, Sharon Jones, Nina Simone, Etta James, Bill Withers, Minne Ripperton, Aretha Franklin, Thom Yorke, Jamie Liddell, Michael Kiwanuka, Pete Josef…ma ci sono davvero tante voci da cui sono ispirata. Sono tutti molto caratteristici, diversi e fanno le loro cose. Questo è ciò che ogni cantante dovrebbe fare secondo me. 
Sharon Jones


L'ispirazione è una cosa, ma poi metterlo in pratica è un'altra. Tu lo fai! Le tue differenze sono ciò che ti rende interessante.



On air: 50 Foot Woman - Hannah Williams & The Affirmations https://youtu.be/HwevxY90Z8Q
Who is He - Bill Withershttps://youtu.be/9vlM1ekJ144
I Just Dropped In To See What Condition My Condition is In  https://youtu.be/AuqEoQr8p4Y